Tre stereotipi da scardinare sulla sicurezza

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31 Mag
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Tre stereotipi da scardinare sulla sicurezza

Come anticipato nella prima puntata di questa rubrica, sentiamo sempre più spesso parlare di risk management quale attività legata al comparto finanziario e assicurativo piuttosto che al mondo del- la tutela aziendale, a tutt’oggi ancora legato a un concetto linguistico di “sicurezza” anziché di “rischio”.

Parto proprio da questa affermazione per scardinare tre stereotipati concetti di cui voglio parlare in questo numero e che, invece di costruire e/o ripristinare, minano la salute d’azienda e, volendo estendere in senso più ampio, la salute di qualunque nucleo: familiare, scolastico, confessionale o altri.

Il primo cardine poggia, di fatto, su un errore linguistico che il comparto tutela privata ha oramai metabolizzato negli anni e che vede le aziende concentrarsi, eccezion fatta per il comparto safety, su quanto semanticamente richiamato dal concetto di “sicurezza”, a discapito del più avveduto, completo e funzionale concetto di “tutela”.

Ciò lo si riscontra nel continuo utilizzo del termine “sicurezza” quale attributo di un servizio, di un ufficio, di un compito, di un operatore; si sente infatti troppo spesso parlare di agenzia, servizio o operatore di sicurezza, di fatto andando a creare confusione fra l’obiettivo e il risultato.

Di fatti la “sicurezza” è da intendersi quale risultato di un’azione più ampia e strutturata che mira a ottenerla e che definiamo con il termine “tutela”. La sicurezza, peraltro da distinguersi fra percepita e reale, è uno stato assunto non necessariamente reale, appunto quale risultato di quanto messo in atto dal complesso di persone, tecnologie, regole, attrezzature e mezzi mirati a ottenerla, che definiamo “dispositivo di tutela”. Ed è proprio nell’azione di tutela che trova spazio e fa la sua comparsa il concetto di rischio, quale secondo cardine, anch’esso basato sull’errata interpretazione linguistica che lo vede legato esclusivamente a un concetto di pericolo.

Il rischio va infatti inteso come la possibilità o probabilità che si veri chi un risultato inatteso, risultato che non necessariamente è legato alla catastrofe, al pericolo, alla minaccia quanto piuttosto al concetto di “danno” inteso come la diminuzione, volontaria o meno, di e cacia, valore, importanza o consistenza di uno o più parti del patrimonio aziendale.

Il risk management è da intendersi quindi come l’attività mirata all’individuazione preventiva e costante di quelli che sono i rischi, ossia le probabilità, che si possano manifestare, a fronte di scelte aziendali volontarie o per cause fortuite e accidentali, delle dinamiche o degli eventi che possano provocare un danno al patrimonio aziendale.

Qui mi soffermo sul terzo e ultimo cardine, forse il più importante da abbattere, incentrato nella miope visione del patrimonio aziendale quale elemento composto esclusivamente da “cose materiali” come le merci, le attrezzature, gli automezzi e quant’altro. Lo stesso è invece da intendersi, come ci ricorda la sempre verde IV direttiva CEE in materia di bilancio, nelle cosiddette immobilizzazioni dello stato patrimoniale dove trovano spazio non solo quelle materiali, parzialmente sopracitate a titolo di esempio, ma anche e non da meno quelle immateriali e finanziarie, costituite dal valore del brand, dall’avviamento commerciale, dai capitali.

Oltre a questo va inglobato nel patrimonio aziendale un dato che troppo spesso sfugge agli addetti ai lavori costituto dall’organico in forza di un’azienda, ossia dai suoi lavora- tori di qualunque ruolo e li- vello gerarchico e funzionale. Il lavoratore è parte integrante del patrimonio aziendale, non da intendersi come mero numero ma come elemento che, se a suo agio o sapientemente motivato, può sviluppare quel senso di appartenenza all’azienda, quel senso di aggregazione al team tale da incidere positivamente le sopracitate immobilizzazioni.

Ed ecco che quando si parla di risk management bisogna tener presente il paziente azienda nella sua totalità. Non si può, come ci insegna l’attuale medicina avveduta, pensare di studiare un solo organo per guarire il corpo ma bisogna vederlo come parte di un sistema complesso e, come tale, l’analisi va condotta su tutti gli organi, anche quelli che apparentemente non stanno avendo sintomi di disfunzione.

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