Perché il tempo scorre per ognuno a una velocità diversa?

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27 Dic
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Perché il tempo scorre per ognuno a una velocità diversa?

Vuole la tradizione che sia di buon auspicio gettar via, l’ultimo dell’anno, qualcosa di vecchio per lasciar spazio al nuovo. Così come indossare biancheria intima rossa e baciarsi sotto il vischio… Delle tre, solitamente opto per la prima, salutando l’agenda dell’anno trascorso per sostituirla con quella dell’anno in arrivo. Inevitabilmente questo gesto mi porta a riflettere sul tempo, sui mesi che scorrono a una velocità che non ci è dato controllare e che sembra sempre diversa.

In vacanza o immersi nel flusso delle cose che ci piace fare, il tempo pare prendere il volo, ma poi quando ripercorriamo con la mente i ricordi di quei momenti, la durata di quelle giornate pare lunghissima, densa di emozioni. Gli scienziati hanno battezzato questo bizzarro fenomeno con il nome di “paradosso della vacanza”, per indicare la ragione per cui il tempo sembra molto più lungo quando è richiamato alla memoria, ma rapidissimo quando lo si vive.

Questa, ho scoperto non essere l’unica bizzarria legata alla percezione del tempo. L’età, il movimento e perfino la temperatura corporea possono influenzare la velocità con cui ci paiono scorrere minuti e ore. Inoltre, c’è un forte legame tra il nostro modo di misurare il tempo e quello di percepire lo spazio. La scienza, non a caso, è riuscita a dimostrare che l’esperienza del tempo è creata dalla mente. I fisici dicono che il tempo non trascorre, il tempo semplicemente è. Eppure, nessuno dubita che il tempo passi. Inevitabile che sia così, visto che il cervello misura il tempo. Ma, a volte, sbaglia.

IL CERVELLO MISURA IL TEMPO E A VOLTE SBAGLIA

A far sbagliare il nostro cervello sono in primis le emozioni. Quando sentiamo la nostra vita a rischio, se ci fate caso o se mai vi siete trovati in questa rovinosa situazione, il tempo pare rallentare e ogni secondo sembra durare un’eternità.

David Eagleman, neuroscienziato del Baylor college of medicine di Houston (Usa), ha dimostrato con uno spettacolare esperimento che quando si ha paura il cervello non pensa più velocemente. Eagleman ha chiesto a dei volontari di lasciarsi cadere da un traliccio alto 45 metri, avvolti da un’imbracatura che li avrebbe trattenuti prima di toccare terra. Il salto avveniva all’indietro in modo che il tuffo fosse più impressionante. Durante la caduta i volontari dovevano osservare un grosso cronometro che faceva scorrere i numeri in modo velocissimo. «I numeri si succedevano al ritmo di 20 volte al secondo, appena un po’ più rapidamente di ciò che l’uomo riesce a cogliere» ha spiegato Eagleman. «Ma nonostante le mie “vittime” dichiarassero tutte che la caduta era sembrata interminabile (quando fu loro chiesto di quantificarla la valutarono più lunga in media del 35%), nessuno riuscì a leggere le cifre sul display».

L’esperimento ha così dimostrato che la mente spaventata non lavora più in fretta dilatando il tempo: è solo il ricordo dell’evento ad apparirci più lungo.

A causare questa distorsione è la memoria. Se si mostra a dei volontari il video di 30 secondi di una rapina, a distanza di qualche giorno gli stessi volontari diranno che quel filmato è durato più di 2 minuti. Per dirla in modo semplice: un evento che ci colpisce genera più ricordi e per questo ripercorrendolo con la mente ci sembra più lungo.

TEMPO E PIACERE

Ma non finisce qui. Ad alterare la nostra percezione del tempo è anche la sensazione di non piacere agli altri, come dimostrato dalla psicologa statunitense Jean Twenge.

Twenge, che insegna all’Università di San Diego, ha chiamato alcuni volontari a svolgere un test per una ricerca. L’esperimento, efficace e sottilmente diabolico secondo me, richiedeva che una volta radunato un gruppetto di persone, venisse chiesto loro di fare conoscenza, raccontando episodi simpatici. Successivamente i volontari sono stati informati che, poiché il lavoro si sarebbe svolto a coppie, avrebbero dovuto segnare su un foglio i nomi di 2 persone con le quali sarebbe loro piaciuto lavorare.

I volontari sono stati poi chiamati uno a uno. A metà di loro è stato raccontato che erano stati scelti da tutti e che non si era riusciti a formare delle coppie; a metà degli altri è stato detto che nessuno li aveva scelti, che questo non era mai successo e quindi era meglio che lavorassero da soli. Poi a tutti è stato chiesto di compilare individualmente un questionario.

Il risultato: le persone a cui era stato riferito che piacevano a tutti quantificarono la durata del test in 42,5 secondi (in media); chi era stato rifiutato in 63,6 secondi, quasi un terzo del tempo in più.

Le emozioni hanno una grande influenza sulla percezione temporale. In un altro studio ad alcuni volontari sono state mostrate immagini di volti che esprimevano stati d’animo differenti ed è poi stato chiesto loro di stimare quanto tempo le immagini erano rimaste sullo schermo. Si è visto che rabbia e paura inducono a sovrastimare il tempo, mentre felicità e vergogna a sottostimarlo.

Leggendo qua e là, ho poi scoperto che anche la febbre può condizionare la percezione del tempo, riducendolo. Nel secolo scorso, lo psicologo Hudson Hoagland chiese alla moglie influenzata quando secondo lei fosse passato un minuto, e si accorse così che più si alzava la temperatura corporea, più la donna sottostimava il trascorrere del tempo (oltre i 39 °C, un minuto per lei durava appena 34 secondi).

 

GLI OROLOGI CHE ABBIAMO NELLA TESTA

«La stima del tempo dipende in gran parte dalle strutture sensoriali del cervello e perfino da quelle motorie» spiega Thierry Pozzo, neuroscienziato dell’Università di Digione. Del resto, tempo e spazio sono legati: se si benda una persona e le si chiede di rievocare una giornata di 4 anni fa il corpo si inclina leggermente indietro, se le si chiede di immaginare una giornata tra 4 anni il corpo si sposta leggermente in avanti.

Tempo e spazio sono così intimamente connessi che spesso il cervello li mescola. Esistono persone capaci di vedere il tempo dispiegarsi nello spazio. Lo vedono in forma tridimensionale: come una fascia che avvolge il corpo e poi si dipana. L’anno è di solito visualizzato come un anello che gira in senso antiorario. Le settimane hanno i modi di visualizzazione più vari: ferri di cavallo, semicerchi, curve, tessere del domino allineate.

Esiste una sola comunità umana, quella degli Amondawa dell’Amazzonia, che non conosce la parola tempo: nella loro cultura non esiste nulla di simile ai mesi o agli anni, non hanno né orologi né un calendario condiviso.

Il cervello, in realtà è in grado di stimare il tempo con una certa accuratezza. Ma finora non è stato trovato un vero “orologio” mentale; o meglio: forse ce n’è più di uno. È stato infatti scoperto che diverse aree cerebrali sono implicate nella percezione del tempo.
Fondamentale è il cervelletto, un’area che si trova nella zona della nuca e costituisce il 10% in volume del cervello ma ne contiene metà delle cellule. Serve per coordinare il movimento elaborando i dati provenienti dal resto del sistema nervoso. È il cervelletto che ci permette di non schiacciarci le dita nella portiere quando saliamo in macchina perché valuta quante frazioni di secondo lo sportello impiegherà a chiudersi.

Un’altra area che misura il tempo si trova nel lobo frontale destro, che ha anche un ruolo importante nella memoria a breve termine. In questa zona si valutano durate dell’ordine di secondi.

Ma quando bisogna andare oltre, su tempi di molti minuti, ore o giorni entra in gioco un’altra zona cerebrale, i gangli basali: 2 gruppi di neuroni che attraverso la dopamina controllano i muscoli, ma sono anche fondamentali nella valutazione della durata di un evento. Quindi, quando calcoliamo il tempo, usiamo una combinazione delle 3 zone cerebrali e del sistema dopaminico.

«Queste aree sono tutte implicate nella misurazione degli spazi temporali» dice Giacomo Koch, neurologo alla fondazione S. Lucia di Roma «ma sul modo in cui la nostra mente riesce a percepire il tempo ci sono diverse teorie: se sia implicata di più la memoria, l’attenzione, una serie di orologi cerebrali o se sia l’attività cerebrale quotidiana a darci la scansione del tempo è ancora oggetto di discussione».

A pensarla in modo differente è la neuroscienziata francese Virginie van Wassenhove. Secondo lei non esistono orologi mentali: ogni zona del cervello ha la capacità di calcolare il tempo. Ma lo fa solo quando glielo chiediamo. A darci l’idea che il tempo passi sarebbero le onde alfa le cui oscillazioni durano 30 millisecondi e che quindi riprodurrebbero nel nostro cervello una sorta di incessante tic tac.

Perso in tutte queste riflessioni e letture, intanto, non mi sono accorto che sono trascorse tre ore. Insomma, il tempo vola quando ti diverti… forse non è scientifico ma è pur sempre la mia percezione.