Le imprese italiane e il Coronavirus

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26 Mar
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Le imprese italiane e il Coronavirus

L’Italia è notoriamente un Paese in vendita. Ma non è sempre così. Il 40% delle Medie e Grandi Imprese nazionali ha compiuto almeno una acquisizione, che nell’81% dei casi è avvenuta all’estero. Il 13% delle nostre Grandi Imprese è stato invece comprato da altri importantiplayer stranieri. Ma, finora, le grandi imprese straniere hanno comprato, qui in Italia, gruppi ben più grandi di quelli che noi abbiamo comprato all’estero.

Non stiamo messi male

Poi, è bene ricordare che le nostre aziende hanno innovato molto, malgrado i luoghi comuni che ci dicono che noi siamo sempre “indietro”. Il solito masochismo nazionale, durissimo a morire. Solo il 30% delle nostre imprese non innova, un dato ottimale rispetto ai concorrenti europei, ma il 90% delle aziende italiane export-oriented ha fatto grandi innovazioni, sia di processo che di prodotto, negli ultimi tre anni.

Il 95% delle nostre imprese, grandi o medie, esporta nel tessile, nell’alimentare e nel metalmeccanico. Ma più del 65% delle nostre imprese del terziario e dei servizi esporta una significativa parte del suo prodotto.

Anche il mito della nostra cattiva burocrazia (che è davvero abnorme), va ridimensionato a confronto con altri Paesi stranieri. Il 61% delle principali aziende italiane esportatrici dichiara di aver avuto difficoltà ad adattarsi alle normative burocratiche e fiscali estere. Per il 19% delle nostre imprese operanti all’estero, perfino la corruzione è un grosso problema. Infine, il Made in Italy è ormai l’unico fattore che incrementa, di fatto, le nostre vendite all’estero. Tutto questo per dire che il sistema imprenditoriale italiano, pur con tutti i suoi limiti, è ancora sano e vivace. E quindi diviene, in momenti di crisi, un ottimo boccone per i concorrenti, europei e non, che vogliano sfruttare la crisi da coronavirus.

Chi compra in Italia

Intanto, DSV, la grande impresa tedesca-danese di logistica che, recentemente, ha aperto una rete ferroviaria con la Cina e uno scambio di cargo aerei con gli Usa, dopo aver fatto altre acquisizioni in Svizzera, sta dando un’occhiata molto interessata al nostro autotrasporto.

La Volvo e la Geely automotives, cinese, si fonderanno presto, mentre ENI dovrà rivedere tutte le proprie strategie sulle rinnovabili, data la forte volatilità del prezzo del barile e l’attuale valutazione del barrela 30 Usd, esattamente la metà di quello che avevano preventivato in bilancio tutte le imprese di Big Oil. La fine di OPEC+ con la rottura tra Russia e sauditi è una ulteriore garanzia di forte volatilità del prezzo del barile. Inoltre, in una fase di lunga ristrutturazione dei mercati degli idrocarburi, ENI sarà sempre più pressata da Total, che ha scommesso sul cavallo giusto in Libia (Haftar) e, quindi, ha già ristrutturato, a nostro danno, la distribuzione dei pozzi libici nella Sirte e nel Sud libico. Bloccare la vendita e l’estrazione del petrolio, come ha fatto Haftar, è un crimine per la legge libica, ma la legge si muove sulle canne dei fucili, come insegnava Mao.

Per Nomura, la grande banca giapponese, l’Italia sarà in recessione (-0,1%) nel 2020 e probabilmente anche dopo, mentre alcuni analisti d’impresa prefigurano un deficit del nostro Pil intorno, addirittura, al 5% dal 2020 in poi. I tedeschi, poi, sono molto interessati, corre voce, ad alcune aziende cementiere del bergamasco, mentre alcuni imprenditori privati del turismo, sempre tedeschi, sono già a fare shopping di alberghi vuoti nella riviera romagnola, storico centro delle vacanze germaniche. Ma anche la Cina, pur molto colpita dal Covid-19, non ha cessato la sua politica di acquisizioni in Europa. Aumenterà la quota di Pechino in ENI, dove già dal 2013 i cinesi possiedono una quota della divisione East-Africa del nostro colosso energetico, poi ci sono i reattori nucleari in Romania e Bulgaria, poi la Cina farà un porto in Svezia, e inoltre altri “piccoli” investimenti, fino alla società francese degli ski-lift.

Le scalate ostili

In Italia, le scalate ostili partiranno dal settore finanziario e assicurativo, come ha affermato la relazione del COPASIR (Comitato Parlamentare sui Servizi Segreti) con ulteriori indagini parlamentari, oggi sono già quindici, sui diversi tentativi di hostile takeover sulle nostre aziende. C’è anche il rischio di forti infiltrazioni di elementi al servizio di stati esteri nei CDA e nel top management di imprese strategiche italiane a rischio scalata, la Francia, per esempio, che ha una lunga tradizione di Guerra Economica, con la sua École de Guerre Économique, diretta dall’amico Christian Harbulot, ma anche Russia e Cina, che non mancano di apparati di penetrazione “bianca” esterna nello Stato, nelle imprese e nelle banche altrui.

I nomi, che si deducono dal “non detto” inevitabile dei documenti del Comitato, sono facilmente intuibili dal contesto: ENI, TIM, Generali, Unicredit, alcune Casse Locali ben capitalizzate, alcune reti di servizi per le imprese, qualche impresa manifatturiera export-led, soprattutto nel settore delle macchine automatizzate. Il livello di informazioni che è stato trasferito dalle Agenzie al premier Conte è, comunque, estremamente analitico e particolareggiato.

di Marco Giaconi
Babilon Magazine

Nella foto: interno dello stabilimento Concordia, ex-Acciaierie Falck, Sesto San Giovanni. Foto Wikimedia Commons.

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