Se l’Africa non è più un paradosso energetico

La questione centrale non riguarda tanto la capacità dell’Africa di sostituire l’Europa nella raffinazione quanto la capacità degli operatori europei di adattarsi a un ambiente sempre più competitivo e complesso.

di Alberto Cossu

Il primo elemento da considerare riguarda il rischio geopolitico. La geografia della raffinazione mondiale è stata relativamente stabile negli ultimi decenni, con una forte concentrazione della capacità produttiva in Nord America, Europa, Medio Oriente e Asia Orientale. L’ingresso di nuovi attori africani modifica questo equilibrio e introduce nuovi centri di gravità economica. Ciò comporta inevitabilmente una ridefinizione delle relazioni commerciali e delle sfere di influenza economica.

L’interesse crescente di Cina, Stati Uniti, Unione Europea e monarchie del Golfo per le infrastrutture energetiche africane testimonia come la raffinazione sia ormai parte integrante della competizione strategica globale. Per le imprese europee ciò significa operare in un ambiente caratterizzato da una maggiore complessità geopolitica e dalla necessità di monitorare con attenzione l’evoluzione dei rapporti tra attori statali e privati.

Un secondo aspetto riguarda il rischio legato alle catene di approvvigionamento. La pandemia, le tensioni nel Mar Rosso e le conseguenze del conflitto in Ucraina hanno evidenziato la vulnerabilità delle supply chain globali. L’espansione della raffinazione africana potrebbe contribuire a una maggiore regionalizzazione dei mercati energetici, riducendo alcune dipendenze storiche ma creando al contempo nuove interconnessioni. La modifica delle rotte commerciali e dei flussi di prodotti raffinati richiederà alle imprese una revisione delle proprie strategie di approvvigionamento e una maggiore capacità di adattamento ai cambiamenti del contesto internazionale.

L’Italia nel Mediterraneo

Particolarmente rilevante appare il caso del Mediterraneo. Per decenni le raffinerie europee hanno esportato quantità significative di carburanti verso l’Africa Occidentale. L’aumento della capacità produttiva locale potrebbe determinare una progressiva contrazione di questo mercato, incidendo sulle prospettive economiche di numerosi impianti europei. Tale evoluzione rappresenta una sfida strategica che non riguarda esclusivamente le aziende del settore energetico ma coinvolge anche operatori logistici, compagnie di navigazione, istituzioni finanziarie e assicuratori.

L’Italia occupa una posizione particolarmente significativa all’interno di questo scenario. Grazie alla sua collocazione geografica e alla presenza di importanti infrastrutture energetiche, il Paese rappresenta uno dei principali nodi del sistema energetico mediterraneo. Raffinerie come quella di Sarroch, in Sardegna, e di Priolo, in Sicilia, costituiscono asset strategici non soltanto per le due regioni e per il mercato nazionale ma anche per l’intera area del Mare Nostrum. Tuttavia, la crescente competizione proveniente da impianti di nuova generazione situati in Africa e Medio Oriente impone una riflessione sulla sostenibilità di lungo periodo dei modelli di business tradizionali.

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Stai leggendo un estratto dell’articolo pubblicato nel numero 2/2026, Effetto domino (luglio-agosto 2026).

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Autore

Alberto Cossu

Management consultant and analyst, Vision and Global Trends

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