Effetto Thomas

Effetto Thomas e il caso Northern Rock: quando la percezione supera i fondamentali?

Quando si parla di rischio, la maggior parte delle organizzazioni concentra la propria attenzione sugli elementi oggettivi come dati, indicatori, probabilità, scenari e modelli previsionali. Tuttavia, esiste una dimensione meno visibile che può influenzare profondamente l’evoluzione degli eventi: la percezione.

Un rischio non produce conseguenze soltanto per ciò che è realmente, ma anche per ciò che viene percepito come possibile.

Questo principio è stato descritto oltre un secolo fa dal sociologo americano William Isaac Thomas attraverso quello che oggi viene definito Teorema di Thomas: “Se gli uomini definiscono le situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze”.

In altre parole, le persone non reagiscono soltanto ai fatti, ma al significato che attribuiscono ai fatti ed è proprio questa interpretazione a influenzare decisioni, comportamenti e risultati.

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Il caso Northern Rock: quando la percezione supera i fondamentali

Uno degli esempi più significativi di questa dinamica si è verificato nel Regno Unito nel 2007 con il caso Northern Rock.

L’istituto finanziario, specializzato nel credito immobiliare, non era considerato una banca sull’orlo del fallimento. Tuttavia, la notizia di un supporto straordinario di liquidità da parte della Bank of England venne interpretata dall’opinione pubblica come un segnale di grave difficoltà.

Nel giro di poche ore migliaia di correntisti si presentarono agli sportelli per ritirare i propri risparmi.

Le immagini delle code vennero amplificate dai media, alimentando ulteriormente la sfiducia. La percezione di fragilità generò nuovi comportamenti di fuga. Quei comportamenti generarono una reale crisi di liquidità.

Ciò che inizialmente era una situazione gestibile si trasformò progressivamente in una crisi sistemica che portò, pochi mesi dopo, alla nazionalizzazione della banca.

Il caso Northern Rock dimostra come la percezione possa influenzare la realtà fino al punto di modificarne gli esiti.

Perché il rischio non è solo un dato oggettivo

Tradizionalmente il rischio viene interpretato come un fenomeno misurabile attraverso indicatori quantitativi e modelli previsionali. Tuttavia, molti degli eventi che caratterizzano l’attuale contesto economico e geopolitico mostrano come questa prospettiva sia spesso insufficiente.

Una crisi finanziaria può essere alimentata dalle aspettative negative degli investitori prima ancora che emergano criticità nei fondamentali economici. Una tensione geopolitica può influenzare le decisioni delle imprese e la stabilità delle supply chain ben prima che si trasformi in un conflitto aperto. Le dinamiche inflattive possono essere amplificate dai comportamenti anticipatori di consumatori e aziende. Persino i rischi legati alla salute pubblica possono essere condizionati dalla percezione collettiva della vulnerabilità.

In tutti questi casi il rischio non coincide esclusivamente con l’evento.

Coincide anche con le aspettative, le interpretazioni e le convinzioni che si sviluppano attorno all’evento stesso.

Il ruolo della percezione nelle decisioni organizzative

Le organizzazioni prendono decisioni sulla base delle informazioni disponibili, ma anche sulla base del modo in cui quelle informazioni vengono interpretate.

Tra il rischio reale e la decisione finale esiste sempre uno spazio intermedio nel quale intervengono percezioni, convinzioni e aspettative ed è proprio all’interno di questo spazio che si generano molte delle conseguenze più rilevanti per imprese e istituzioni.

Le decisioni basate sulla percezione possono produrre effetti concreti e duraturi anche quando il rischio originario non si è ancora manifestato.

Per questo motivo ignorare la dimensione percettiva del rischio significa rinunciare a comprendere una parte essenziale del fenomeno.

 

lavoro tossico

Lavoro tossico: quando il problema non è il mercato, ma la cultura aziendale

Quando si parla di rischio organizzativo, l’attenzione delle imprese si concentra quasi sempre sulle minacce esterne. Inflazione, aumento dei costi energetici, instabilità geopolitica, interruzioni della supply chain e pressione competitiva dominano le agende dei consigli di amministrazione. Tuttavia esiste un rischio meno visibile, ma capace di produrre conseguenze economiche, reputazionali e operative altrettanto significative: parliamo della cultura tossica.

Per molti anni il benessere organizzativo è stato considerato un tema prevalentemente legato alle risorse umane, ma oggi le evidenze dimostrano che questa visione è riduttiva. La qualità delle relazioni interne, il clima di fiducia e la cultura aziendale rappresentano veri e propri fattori di rischio che incidono sulla sostenibilità dell’organizzazione nel lungo periodo.

La domanda che manager e imprenditori dovrebbero porsi non è se la propria azienda sia esposta a rischi culturali, ma quanto questi rischi siano già presenti senza essere stati identificati.

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Lavoro tossico: perché le persone lasciano la propria azienda?

Per anni si è ritenuto che il principale motivo di abbandono di un’organizzazione fosse la retribuzione, ma le ricerche più recenti raccontano una realtà diversa.

Secondo uno studio pubblicato da MIT Sloan Management Review, la cultura tossica rappresenta il principale fattore che spinge le persone a dimettersi, risultando addirittura più influente della retribuzione stessa. Questo dato cambia radicalmente la prospettiva con cui osservare il fenomeno del turnover.

Quando un dipendente decide di lasciare l’azienda, il problema spesso non riguarda il contratto o il livello salariale, ma il contesto nel quale è costretto a lavorare quotidianamente.

Una cultura percepita come ostile, discriminatoria o irrispettosa genera nel tempo un deterioramento del rapporto di fiducia tra lavoratore e organizzazione fino a rendere inevitabile la ricerca di nuove opportunità professionali.

I cinque segnali di una cultura tossica

L’analisi di oltre un milione di recensioni pubblicate dai dipendenti su piattaforme dedicate alla valutazione delle aziende ha permesso di identificare alcuni elementi ricorrenti nei contesti organizzativi considerati tossici.

I lavoratori descrivono frequentemente questi ambienti come:

  • non inclusivi
  • abusivi
  • irrispettosi
  • non etici
  • spietati

Dietro queste definizioni si nascondono dinamiche molto concrete.

L’esclusione sistematica di alcune persone dai processi decisionali, la formazione di gruppi chiusi e privilegiati, il ricorso a umiliazioni pubbliche, comportamenti aggressivi, discriminazioni e atteggiamenti intimidatori rappresentano alcune delle manifestazioni più diffuse.

Spesso questi fenomeni non si palesano in modo evidente, possono assumere forme sottili, difficili da individuare e per questo ancora più pericolose. L’esclusione da riunioni importanti, la mancata condivisione delle informazioni, l’isolamento progressivo di alcuni collaboratori o la creazione di capri espiatori all’interno dei team sono tutti segnali che meritano attenzione.

Il costo nascosto della tossicità organizzativa

Molte aziende continuano a considerare il clima interno come una questione secondaria rispetto agli indicatori economici, in realtà le due dimensioni sono strettamente collegate.

La tossicità organizzativa genera costi diretti e indiretti che impattano sui risultati aziendali.

Tra questi troviamo

  • aumento del turnover
  • riduzione della produttività
  • crescita dell’assenteismo
  • incremento dei casi di burnout
  • maggiore probabilità di errori operativi
  • perdita di competenze strategiche

Sostituire una risorsa qualificata comporta costi elevati che comprendono selezione, inserimento, formazione e perdita temporanea di efficienza, ma il danno più significativo è spesso quello invisibile.

Quando le persone smettono di sentirsi rispettate o valorizzate, tendono a ridurre il proprio coinvolgimento; continuano a essere presenti fisicamente, ma diminuisce il loro contributo effettivo all’organizzazione. È una forma di disimpegno che può diffondersi rapidamente all’interno dei team e compromettere la performance complessiva.

Dalla tossicità al rischio reputazionale

Nell’era digitale la cultura aziendale non rimane più confinata all’interno dell’organizzazione.

Piattaforme di recensione, social network professionali e siti dedicati all’employer branding rendono sempre più trasparente l’esperienza vissuta dai dipendenti.

Prima di candidarsi, una parte crescente dei lavoratori analizza attentamente la reputazione dell’azienda e le testimonianze di chi vi lavora o vi ha lavorato; questo significa che una cultura tossica può trasformarsi rapidamente in un problema reputazionale.

Le imprese che non riescono a costruire ambienti di lavoro sani incontrano maggiori difficoltà nell’attrarre talenti, aumentano i costi di selezione e rischiano di compromettere la propria immagine presso clienti, partner e stakeholder.

La reputazione, infatti, non dipende più soltanto dalla qualità dei prodotti o dei servizi offerti, ma anche dalla capacità dell’organizzazione di gestire correttamente le relazioni interne.

Lavoro tossico: perché la cultura aziendale è un tema di risk management?

Il rischio organizzativo non nasce esclusivamente all’esterno dell’impresa.

Molte delle minacce più insidiose, infatti, si sviluppano all’interno delle strutture aziendali, alimentate da comportamenti, processi e modelli culturali disfunzionali; per questo motivo la cultura aziendale deve essere considerata una componente essenziale dei sistemi di governance e risk management.

Monitorare il clima interno, ascoltare le persone, individuare tempestivamente segnali di disagio e intervenire sulle microculture tossiche non rappresenta soltanto una buona pratica manageriale, ma è un’attività di prevenzione.

Così come un’organizzazione investe nella cybersecurity per prevenire attacchi informatici o nella sicurezza fisica per ridurre gli incidenti, deve investire nella qualità delle relazioni e nella cultura organizzativa per ridurre il rischio umano e reputazionale.

percezione del rischio

Perché comprendere la percezione del rischio è diventato fondamentale per la governance delle organizzazioni?

Viviamo in un’epoca in cui il rischio è ovunque, ma la vera novità non è la sua presenza diffusa. La vera novità è che, per la prima volta nella storia, siamo immersi in una quantità di informazioni superiore alla nostra capacità di elaborarle.

In questo scenario il problema non è più soltanto il rischio, ma la sua percezione.

Le persone non reagiscono ai dati in modo oggettivo. Reagiscono a ciò che percepiscono, a ciò che temono, al significato che attribuiscono agli eventi e alle informazioni che ricevono. Ogni decisione viene filtrata attraverso convinzioni, esperienze pregresse, emozioni e schemi mentali che influenzano il modo in cui la realtà viene interpretata.

Da qui nasce uno dei principali equivoci della moderna comunicazione del rischio, ovvero quella di credere che una comunicazione più precisa produca automaticamente decisioni migliori.

Non è così perché una comunicazione perfetta, ma non compresa è inutile. In un contesto già saturo di informazioni, rischia addirittura di generare quella che viene definita paralisi da analisi, ovvero l’incapacità di decidere a causa di un eccesso di dati e stimoli.

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Perché persone diverse reagiscono in modo diverso allo stesso rischio?

Uno degli aspetti più rilevanti per chi si occupa di risk management, governance, compliance o business continuity riguarda la comprensione dei meccanismi che influenzano il comportamento umano.

Di fronte allo stesso scenario di rischio, persone diverse possono assumere decisioni completamente diverse.

La differenza raramente dipende dalla disponibilità delle informazioni quanto piuttosto dai filtri cognitivi attraverso cui tali informazioni vengono interpretate.

I bias cognitivi rappresentano uno degli elementi più studiati dalle neuroscienze comportamentali e dalla psicologia delle decisioni. Tra i più rilevanti troviamo:

  • la tendenza a sottovalutare i rischi familiari e a sovrastimare quelli nuovi
  • il cosiddetto bias di conferma, che porta a cercare informazioni coerenti con le convinzioni già esistenti
  • la difficoltà nel valutare correttamente eventi rari ma ad alto impatto
  • la propensione a privilegiare evidenze immediate rispetto a conseguenze future

Si tratta di meccanismi automatici e spesso inconsapevoli che influenzano il processo decisionale molto più di quanto si sia disposti ad ammettere.

Percezione del rischio: il ruolo del tempo

Un altro elemento determinante nella gestione del rischio riguarda il rapporto tra decisione e tempo.

Gli esseri umani tendono naturalmente a privilegiare ciò che produce effetti immediati rispetto a ciò che genera conseguenze nel lungo periodo.

È uno dei motivi per cui molti rischi vengono ignorati fino al momento in cui si manifestano concretamente.

Le organizzazioni reagiscono con rapidità a ciò che appare urgente e visibile, mentre tendono a rinviare interventi su problematiche che, pur essendo strategicamente rilevanti, non generano una percezione immediata di pericolo.

Questo fenomeno contribuisce a spiegare perché alcuni rischi vengano sistematicamente sottovalutati e altri, al contrario, amplificati ben oltre la loro reale probabilità di accadimento.

Il rischio è anche un fenomeno sociale

La percezione del rischio non si sviluppa esclusivamente a livello individuale; le decisioni vengono assunte all’interno di contesti collettivi in cui il comportamento degli altri rappresenta un potente punto di riferimento.

Se un rischio viene sottovalutato dal gruppo, esiste una forte probabilità che venga sottovalutato anche dal singolo individuo. Allo stesso modo, quando un rischio viene amplificato dal contesto sociale, possono generarsi reazioni collettive sproporzionate rispetto alla reale esposizione.

In questo senso il rischio non è soltanto una questione tecnica, ma anche un fenomeno culturale e sociale.

Comprendere queste dinamiche significa riconoscere che la gestione del rischio non può limitarsi all’applicazione di procedure, ma richiede la capacità di comprendere come le persone interpretano la realtà.

Dalla gestione del rischio alla comprensione del comportamento umano

Per anni il dibattito si è concentrato sulla necessità di sviluppare una nuova grammatica geopolitica per interpretare la crescente complessità dei contesti economici, sociali e istituzionali.

Oggi questa prospettiva deve essere ampliata poiché non basta comprendere il linguaggio dei sistemi, ma è necessario comprendere il linguaggio delle persone che quei sistemi sono chiamate a governare.

Tra il rischio reale e la decisione finale esiste sempre uno spazio invisibile che è quello dell’interpretazione.

Proprio all’interno di questo spazio si generano molti degli errori più significativi, quali sottovalutazioni, sovrastime, reazioni impulsive, immobilismo decisionale e comportamenti disfunzionali.

La qualità delle decisioni dipende dalla capacità di gestire questo equilibrio instabile tra informazioni disponibili, pressione, tempo e stato emotivo. Più il contesto diventa complesso, inoltre, più questo equilibrio si fa fragile.

Perché il risk management deve dialogare con le neuroscienze

Parlare oggi di risk management senza integrare le conoscenze provenienti dalle neuroscienze comportamentali significa affrontare soltanto una parte del problema.

La sicurezza non dipende esclusivamente da procedure corrette, controlli efficaci o sistemi di monitoraggio avanzati. Dipende anche dai comportamenti che non si impongono attraverso obblighi formali, bensì si comprendono, si allenano e si sviluppano nel tempo.

In questa prospettiva il concetto di risk based thinking assume un significato più profondo non soltanto come metodologia tecnica, ma come vera e propria forma mentis.

Significa imparare a riconoscere i segnali deboli, distinguere tra percezione e realtà, accettare che l’incertezza non possa essere eliminata e sviluppare la capacità di gestirla in modo consapevole.

Percezione del rischio: pomprendere il mondo non basta

Le organizzazioni più resilienti non sono necessariamente quelle che dispongono di più dati o di tecnologie più sofisticate, sono quelle che comprendono meglio il modo in cui persone e organizzazioni reagiscono ai rischi.

La differenza tra subire il rischio e governarlo non risiede soltanto nella qualità delle informazioni disponibili, ma nella capacità di interpretarle correttamente.

Comprendere il mondo è importante, capire come reagiamo al mondo lo è ancora di più.

Conoscere il rischio è importante. Sapere come interpretiamo il rischio lo è ancora di più.

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grammatica della decisione

Governare il rischio nell’economia dell’incertezza: perché serve una nuova grammatica della decisione?

Per lungo tempo il rischio è stato interpretato come una variabile identificabile, misurabile e gestibile attraverso processi di controllo relativamente stabili. L’evoluzione dei mercati globali, delle tecnologie e degli equilibri geopolitici sta però mettendo in discussione questo paradigma.

Oggi le organizzazioni operano all’interno di un contesto caratterizzato da elevata interdipendenza, velocità di propagazione degli eventi e crescente difficoltà nel distinguere tra fenomeni locali e conseguenze sistemiche.

Un conflitto regionale può interrompere una catena di approvvigionamento globale, una decisione politica assunta in un Paese può influenzare i costi energetici di un intero settore industriale, un attacco informatico può trasformarsi in un problema reputazionale e regolamentare nel giro di poche ore.

In questo scenario il rischio non può più essere considerato un evento straordinario da monitorare, ma diventa una condizione permanente all’interno della quale imprese, istituzioni e professionisti sono chiamati ad assumere decisioni.

La vera sfida, quindi, non è eliminare l’incertezza, ma sviluppare la capacità di comprenderla.

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Il limite dei modelli tradizionali di risk management

Molti sistemi di gestione del rischio sono stati progettati per operare in contesti caratterizzati da una relativa stabilità. Identificazione delle minacce, valutazione della probabilità, analisi dell’impatto e definizione delle misure di mitigazione rappresentano ancora oggi elementi fondamentali della disciplina.

Tuttavia, l’aumento delle interconnessioni tra sistemi economici, logistici, finanziari, normativi e tecnologici rende sempre più difficile analizzare i rischi come fenomeni isolati.

Le organizzazioni si trovano ad affrontare rischi che non agiscono in modo indipendente, ma che si influenzano reciprocamente, amplificando gli effetti e generando conseguenze spesso non lineari.

In questo contesto, il rischio di filiera rappresenta uno degli esempi più significativi.

Le supply chain globali, costruite per massimizzare efficienza e riduzione dei costi, mostrano oggi livelli di vulnerabilità che derivano proprio dall’elevata interdipendenza tra fornitori, infrastrutture, sistemi logistici e contesti geopolitici.

L’interruzione di un singolo nodo può generare effetti a cascata lungo l’intera rete.

La gestione del rischio non può, quindi, limitarsi all’analisi dei singoli eventi, ma deve concentrarsi sulla comprensione delle relazioni che collegano eventi, attori e sistemi.

La comunicazione del rischio come funzione di governance

In un ambiente caratterizzato da complessità crescente, la qualità dell’informazione diventa un fattore competitivo. Tuttavia, la disponibilità di dati non coincide necessariamente con la capacità di assumere decisioni migliori.

Molte organizzazioni producono una quantità crescente di report, indicatori e dashboard senza riuscire a trasformare queste informazioni in strumenti realmente utili alla governance.

Per questo motivo la comunicazione del rischio assume oggi una valenza strategica dove non si tratta soltanto di trasferire informazioni tecniche, ma di costruire chiavi interpretative che consentano ai decisori di comprendere le implicazioni dei fenomeni in corso e di valutarne le possibili evoluzioni.

La sfida consiste nel tradurre la complessità in conoscenza operativa, evitando sia l’eccessiva semplificazione sia l’autoreferenzialità tecnica.

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