Dalla Cina alla Russia, dall’India al Giappone, nuovi poli di attrazione stanno influenzando regioni strategiche del pianeta come il Medio Oriente. Per recuperare terreno al «nostro» mondo serve un maggiore sforzo di analisi. Per leggere meglio gli eventi e saperli prevenire.

A colloquio con l’analista Giuseppe Dentice

di Rocco Bellantone
È cambiato il meccanismo attraverso cui eravamo abituati a concepire una crisi. Fino a pochi anni fa quando si parlava di un episodio di questa portata si tendeva ad attribuirgli una rilevanza specifica, rimarcando la sua estemporaneità rispetto all’ordinarietà degli avvenimenti. Oggi invece assistiamo a una concatenazione costante di crisi.

Il concetto stesso di crisi si è andato diluendo nella sua etimologia e ciò perché l’emergenza rischia di diventare la nuova normalità. All’interno di questa nuova normalità anche il concetto di rischio, e al suo interno quelli di minaccia ed emergenza, si stanno trasformando.

Non tutti i colli di bottiglia possono essere evitati o aggirati. Come si fa, allora, ad andare oltre fasi di stallo prolungate come quella innescata dalla chiusura dello stretto di Hormuz?

Gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb sono difficilmente aggirabili. Esistono infrastrutture e pipeline terrestri che consentono di scavalcarli ma sono minimali rispetto allo scorrere dei grandi flussi energetici, di materie prime e merci, via mare.

Le monarchie del Golfo, l’Egitto e la Turchia stanno cooperando per costruire infrastrutture terrestri, dunque ferrovie e autostrade, che consentiranno di conquistare nuove opzioni e opportunità ma non di sopperire al blocco dei flussi marittimi. Il nodo non è affrontare il rischio in senso stretto, ma sapersi abituare a gestirlo. Abbiamo avuto tre anni per comprende l’enorme portata del Mar Rosso ma ad oggi non è cambiato molto. Gli attacchi degli Houthi si sono concentrati fondamentalmente nella parte meridionale di questo mare, quindi tra le coste dello Yemen e i Paesi dirimpettai (Eritrea, Gibuti, Somalia, ndr).

Per continuare a garantire il trasporto di idrocarburi sono state utilizzate infrastrutture terrestri come l’East-West Crude Oil Pipeline che attraversa l’Arabia Saudita. Oppure si è cercato di mantenere quantomeno inalterato il traffico nella parte settentrionale del Mar Rosso, da Port Sudan verso il canale di Suez. È chiaro però che il grosso dei traffici marittimi proviene da sud. Si parla da anni dell’IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor) ma da quando questo progetto è stato lanciato nel 2023 ha già cambiato natura più volte. In pratica continuiamo a prendere tempo mentre ciò che serve è fare programmazione e darsi una strategia, due cose che mancano oggi soprattutto in Occidente. C’è una scarsa capacità di leggere gli eventi per saperli prevenire.

È anche vero che determinati fenomeni sono difficilmente preventivabili o gestibili attivando delle alternative. Il passaggio attraverso Hormuz non è qualcosa che si può pensare di ovviare in maniera semplice. In casi come questo la vera colpa andrebbe ricercata nell’origine della crisi e dunque in chi ha avuto l’idea di lanciare una guerra senza pensare a quelli che sarebbero stati i suoi effetti collaterali.

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