Il continuum della dottrina militare israeliana

Fin dalla sua fondazione lo Stato di Israele ha affinato una strategia di difesa e azione preventiva per evitare l’accerchiamento dei vicini ostili. Dal secondo dopoguerra all’ultimo attacco all’Iran, ecco come il Paese ha cambiato il suo modo di fare la guerra.

di Francesco D’Arrigo e Tommaso Alessandro De Filippo

Nell’intricata ragnatela geopolitica del Medio Oriente i confini si confondono sotto il peso della storia, dei rapporti di potenza tra Stati, della religione e dell’ambizione di supremazia. In questo scenario, la portata militare di Israele si estende da tempo sulle terre vicine come ombre proiettate dal sole al tramonto.

Dalle aspre colline del Libano ai vasti deserti della Siria fino alla lontana espansione urbana di Teheran, negli ultimi decenni le operazioni israeliane all’estero hanno plasmato le capacità di difesa dello Stato ebraico con una fisionomia unica, riconoscibile e temuta, spesso mescolando attacchi di precisione con obiettivi strategici più ampi che sfidano la sovranità e accendono conflitti regionali.

Dalla fondazione dello Stato ebraico agli anni Ottanta

Sin dai primi giorni successivi alla fondazione di Israele nel 1948, lo Stato nascente, circondato da vicini ostili, ha iniziato ad affinare una strategia di difesa e azione anche preventiva.

Una strategia che si sarebbe evoluta in sofisticate manovre extraterritoriali, fino a diventare una vera e propria dottrina militare forgiata nel crogiolo della sopravvivenza, quando le coalizioni arabe lanciarono attacchi nel 1967 e nel 1973, spingendo Israele a sviluppare capacità per colpire in profondità il territorio nemico senza dover ricorrere a invasioni su vasta scala.

Negli anni Ottanta questo approccio dimostrò la sua devastante efficacia con l’operazione «Opera» del 1981, quando i jet israeliani distrussero il reattore nucleare iracheno di Osirak, una mossa che costituì un precedente per interventi unilaterali giustificati da azioni mirate secondo la formula «attacchi preventivi alle minacce esistenziali».

Guadagni tattici e rischi di escalation

Ripercorrendo lo sviluppo di questa strategia fino agli eventi del settembre 2025, con l’audace attacco contro obiettivi dell’organizzazione terroristica palestinese Hamas a Doha, in Qatar, diventa chiaro come questi fili storici si intreccino in una strategia coerente, che bilancia i guadagni tattici con i rischi di escalation, traendo insegnamenti dalle operazioni passate e adattandosi alle nuove realtà geopolitiche e tecnologiche.

Una certificazione sul campo di battaglia di tali capacità è stata certamente l’escalation in Siria nel 2010, un teatro in cui Israele ha condotto centinaia di attacchi aerei contro agenti e convogli di armi iraniani, trasformando la guerra civile in un campo di battaglia sperimentale.

L’analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS), The Escalating Conflict with Hezbollah in Syria, pubblicata il 20 giugno 2018, descrive in dettaglio come Israele prese di mira regolarmente Hezbollah e le risorse iraniane, con attacchi sempre più frequenti mentre Teheran cercava di stabilire una presenza militare permanente nel Paese.


Stai leggendo un estratto dell’articolo pubblicato nel numero 1/2026, Navigare l’incertezza (maggio-giugno 2026).

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Autori

Francesco D’Arrigo
Direttore dell’Istituto Italiano di Studi Strategici Niccolò Machiavelli.

Tommaso Alessandro De Filippo
Ricercatore associato dell’Istituto Italiano di Studi Strategici Niccolò Machiavelli.

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